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Storie Ribelli

Katia Villirillo

La morte di un figlio non basta


“E’ la mamma di Giuseppe Parretta, ucciso a Crotone, da uno spacciatore appena liberato dopo tre anni di galera. Il criminale si era convinto che l’Associazione in cui lavoravano Katia e Giuseppe (che si occupa tra l’altro di vittime di droga), spiasse i suoi loschi traffici.

Avrebbe voluto fare da scudo a Giuseppe, ma tutto è successo rapidamente. Piangendo, è quanto continua a ripetere la donna.

Una storia che ha dentro diversi elementi, oltre all’omicidio in se: la reazione di una parte dei social, l’atteggiamento delle Istituzioni, il comportamento il aula dell’assassino”.

AI SOCIAL LA BANDIERA NERA

Dopo l’immane dolore per la perdita del figlio per motivazioni così assurde, ha dovuto affrontare anche attacchi su internet, quasi che avesse voluto spettacolarizzare o usare la morte del figlio. Menti, quelle che partoriscono tali pensieri, frantumate da qualche droga tagliata male, e dall’assenza di un senso morale o di un minimo di razionalità, che non sia quella che li porti ad aprire la bocca e dargli fiato.

La sua risposta ai detrattori: “Non sento il dolore delle parole di chi non deve permettersi e non può capire cosa si può provare, perché il dolore é immenso e devastante. Non ero li in abito da sera e non ero truccata a festa anzi, ma la teatralità non c’entra. È giusto gridare il mio dolore, perché mio figlio aveva solo 18 anni e non deve succedere mai più a nessun’ altra mamma. Sto cercando di sollecitare la magistratura a dare più sorveglianza alle nostre vite, a quelle dei nostri figli. Io non chiedo consensi, non ne ho bisogno, non chiedo nulla, non chiedo applausi perché non sento più niente. Sono morta con lui quel giorno, quando lui moriva tra le mie braccia.

Ma lui mi diceva sempre NON ARRENDERTI MAI, e cosi faro’. Non giudicate perche allo stesso modo sarete giudicate”.

Le Istituzioni (e la famiglia di lui) assenti prima e dopo

Pesano come macigni le parole di Katia, riguardo le Istituzioni: «Ho dato tanto a Crotone con la mia associazione, ma mi hanno lasciata sola a combattere il malaffare e le ingiustizie”. E ancora: “Ho scelto di aprire la sede dell’associazione qui perché c’era l’esigenza di contrastare il malessere sociale. Questo impegno non è stato visto di buon occhio da nessuno, neanche dalle istituzioni”. Prosegue nella sua critica allo Stato: «Avevo chiesto al Comune l’installazione delle telecamere di sorveglianza e non mi hanno dato ascolto; avevo sollecitato il ripristino del numero verde per l’associazione e hanno fatto finta di non sentire; avevo implorato una protezione e hanno ignorato le mie preoccupazioni».

Dopo il delitto i familiari dell’assassino hanno chiesto perdono. «Solo ora si ricordano di me, dopo che ho perso un figlio? — chiede in lacrime Katia — Perché non gli hanno sequestrato la pistola prima?». La morte di Giuseppe ha scosso tutti a Crotone. L’amministrazione comunale ora ha deciso di occuparsi di Katia Villirillo, mentre per il giorno dei funerali è stato proclamato il lutto cittadino con l’impegno a costituirsi parte civile al processo.

Le parole nel “Caffè” di fine anno

Riportiamo l’articolo per intero di Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, che ha omaggiato il dolore di Katia, e la battaglia di cui è protagonista, insieme al figlio scomparso.

“Dedico l’ultimo caffè del 2018 a una storia che lo ha attraversato per intero, dal buio alla luce. Era gennaio quando lo spacciatore crotonese Salvatore Gerace usciva di casa ed entrava nella sede di «Libere Donne», l’associazione sua dirimpettaia che si occupava di portare sollievo alle vittime di droga, prostituzione coatta e mariti violenti. La fondatrice Katia Villirillo stava prendendo il caffè con il figlio diciottenne, Giuseppe. Gerace ha cominciato a sparare senza dire nulla, tanto i bersagli sapevano già tutto: la presenza dell’associazione aveva incrinato i suoi traffici. Katia è uscita in strada a chiedere aiuto, ma è stata richiamata indietro dall’urlo di Giuseppe. Gli si è buttata addosso per proteggerlo ed è a quel punto che Gerace ha mirato al cuore del ragazzo e ha fatto fuoco. Giuseppe si è accasciato tra le braccia della madre, in una scena che ricordava la Pietà di Michelangelo. Lei gli ha sussurrato «aspettami, non te ne andare», ma Giuseppe se n’era già andato. In quella stanza in cui aveva salvato tante sconosciute, Katia non era riuscita a salvare suo figlio. 

L’assassino è finito in carcere e in un certo senso anche lei. Si è autoreclusa in casa, nel tentativo di elaborare un lutto indicibile. Sono passate le stagioni, non la sofferenza. Sono passate le promesse pronunciate a caldo dai politici, non la solidarietà delle donne che aveva aiutato. Così a fine novembre Katia è uscita di casa e ha riaperto l’associazione. Alleviare il dolore altrui è diventata la medicina per lenire il suo”.

Un epilogo più triste della triste vicenda

Una ulteriore nota. L’assassino era riuscito a far rimandare l’udienza perché aveva detto di essere caduto dal furgone che lo portava in Corte d’Assise. Si è presentato poi in aula con stampelle e collarino. Che questo individuo fosse triste ed un vigliacco lo aveva dimostrato con l’omicidio, non c’era proprio bisogno di ribadirlo fino alla fine.


FONTE: Corriere della Sera (Carlo Macrì) – cosenzaduepuntozero.it – fantapolnews.it

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