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Sport

Kathrine Switzer

Correre come gli uomini.


Nel 1967, ad una donna, per il semplice fatto di essere donna, non era permesso competere in una corsa di fondo: era uno sport considerato inadatto al corpo femminile, persino dannoso per l’apparato riproduttivo. Kathrine è una ragazza appassionata di corsa, si allena (con i maschi) mentre frequenta il College di Syracuse, e ufficialmente segue lo sport solo come giornalista.

Poi, un postino dell’Università entra nella sua vita. Si chiama Arnie Briggs, è uno svizzero di 50 anni e ha partecipato a 15 edizioni della Maratona di Boston. Si allenano insieme e mentre le da consigli sulla corsa, racconta le imprese dei grandi maratoneti.

Una sera di freddo pungente, Kathrine si ribella:
“Arnie basta di parlare di questa Maratona, corriamola”!


“Nessuna donna può correrla, Kat”.
“E perché? Corro 10 miglia ogni sera”!
“La distanza è troppo lunga per il corpo di una donna. Ma se c’è una donna che potrebbe correrla, quella sei tu. Solo che prima lo devi dimostrare in allenamento”. La donna è determinata e a sole 3 settimane dalla gara, corre con Arnie 26 miglia e poi altre 5, ed è lui ad essere stravolto dalla fatica.

Il giorno dopo Arnie porta il modulo di iscrizione a Kathrine, che chiederà di competere come fece Bobbi Gidd l’anno prima, ovvero fuori gara. Roberta Louise “Bobbi” Gibb in questo modo aveva potuto almeno correre, e vincere tre edizioni. Nel 1996 la Boston Athletic Association riconoscerà retroattivamente come campionesse, tutte le donne che avevano vinto le “fuori gara”.

Ma Arnie è contrario, capisce che per aggiungere un traguardo all’opera di Bobbi Gibb, bisogna fare in modo che Kathrine risulti ufficialmente in gara, e l’unico modo per fare ciò è che lei corra con gli uomini. Sfruttando la falla del modulo di iscrizione (che ovviamente non chiedeva di indicare il sesso del partecipante), si potrà iscrivere indicando oltre al cognome le iniziali del suo nome, come fa quando firma i suoi articoli di giornale. Ed è così, che al nastro di partenza si potrà presentare il misterioso K. V. Switzer.

La giovane Maratoneta

La Gara

Arriva il giorno del viaggio per Boston, e Kathrine racconta ciò che sta per accadere al fidanzato Tom Miller, un atleta nel giro olimpico nel lancio del martello, iscritto anche lui alla maratona; con loro c’è anche un terzo compagno di corsa, John Leonard.

Il numero 261 sulla pettorina, un tempo tremendo, piove ghiaccio. L’atmosfera alla partenza è distesa, qualcuno saluta la ragazza, qualcun altro è sorpreso, c’è chi chiede come poter portare a correre le mogli.

La gara inizia, e intorno al secondo miglio un suono di portiera che sbatte, passi che veloci si avvicinano, e prima che possa rendersi conto la giovane maratoneta si trova le mani addosso di un uomo, che cercano di strappargli di dosso la pettorina.


Si chiama Jock Semple, ex maratoneta e tra i giudici di quella giornata, ed urla: “Vattene dalla mia gara e dammi la pettorina”!
Kathrine grida, Arnie prova ad intervenire ma Jock resiste gridando “Stanne fuori Arnie!”
Insistendo a strattonarla, nella foga le toglie un guanto. A mettere fine alla colluttazione è la spallata da 106 kg di Tom, che lancia il giudice a bordo strada (infatti in questa foto non lo vediamo perchè già è schizzato).

“Corri come il demonio!” urla Arnie e lei corre avanti, insieme agli amici. Ma l’attacco ha avuto un effetto forte, tutti sono scossi. Tom non ha digerito la vicenda: “Hai sbagliato a essere qui! Perderò le Olimpiadi per questo casino” e corre furioso avanti.

Kathrine è affranta e sconvolta, non era stata mai aggredita in quel modo, e inizia a pensare che potrebbe essere arrestata. La neve non ha pietà e la mano senza guanto fa male, così come i piedi, e l’adrenalina non c’è a riequilibrare uno stato d’animo che la induce a mollare.

Racconterà a distanza di anni, i suoi pensieri:
Se avessi mollato nessuno avrebbe mai creduto che le donne fossero in grado di correre 26 miglia.
Tutti avrebbero detto che era stata solo una trovata pubblicitaria.
Se avessi mollato questo avrebbe portato lo sport femminile indietro, invece che avanti.
Se avessi mollato Jock Semple e quelli come lui avrebbero vinto.
La mia paura e la mia umiliazione si trasformarono in rabbia”.

Torna la grinta, Kathrine ed Ernie ripartono e sorpassano John che rimane li “Io non ti avrei mai lasciato indietro!”, ma non si può perdere il passo e procedono. Alla fine arriveranno insieme ma ad Arnie, per tutto quello che aveva fatto, fu lasciato il piacere di tagliare il traguardo per primo.

La Maratona del 1967 ha visto come partecipante una donna, con il numero 261, che in 4 ore e 20 minuti ha tagliato il traguardo come gli uomini, e con gli uomini. Ormai la storia è fatta, e a nulla serve il passare la sua partecipazione a “non ufficiale”. Mezza congelata con i piedi che sanguinano e macchiano i calzini, mentre c’è gente che arriva camminando.

Dopo la Gara

I giornalisti sono arressati intorno a Kathrine sotto la pioggia e la neve:

– Perché l’hai fatto?
– Perché mi piace correre. Più corro meglio sto.
– O dai, perché Boston? Perché hai voluto avere una pettorina?
– Le donne meritano di correre. Uguali diritti.
– Correrai ancora?
– Sì.

Il giorno dopo tutti i giornali parlano della ragazzina che ha voluto correre con gli uomini, e di quella pettorina che ha resistito con lei, per essere portata come una bandiera a coloro che delle regole e dei numeri fanno un muro invalicabile, se non vengono contrastati con un atto di rottura, una battaglia.

Dopo il successo del personaggio Kathrine a Boston, fu contattata dalla grande azienda Avon, per organizzare un piccolo evento, una maratona tutta al femminile, ad Atlanta. Con l’atteggiamento “o vai alla grande o vai a casa”, ha accettato; è passata poi ad organizzare un circuito cittadino in differenti città del globo.

Ora deve trasmettere la sua grinta, per la nobiltà dello sport, per ricordare che lo sport è quel posto dove le barriere si abbattono, dove contano solo le doti e l’impegno.

Il racconto della campionessa su come proseguì la vicenda della Maratona di Boston: “Nel 1972 le donne corsero ufficialmente per la prima volta, potevamo correre con numeri pettorali, ma c’era un giudice che sbuffò e soffiò dicendo che se avessimo corso la sua gara dovevamo raggiungere il tempo di qualificazione degli uomini, e in sei di noi lo abbiamo impressionato così tanto quell’anno che nel 1973 lo stesso ufficiale venne da me sulla linea di partenza, e pensai che mi avrebbe colpito perché si lanciò su di me… mi afferrò, mi fece voltare alle telecamere della TV, e stampatomi un bacio sulla guancia e disse nel suo accento scozzese: “Avanti, amico, prendiamo un pochino di notorietà”. Quelle erano le sue scuse”.

Ecco invece come Kathrine racconta i tempi del College: “All’università di Syracuse, dove ero studente, il ruolo dell’atletica femminile era come “un giorno di gioco” o “attività extracurriculare”, mentre gli uomini avevano borse di studio a pieno titolo, centinaia di loro, in molti sport diversi. C’era anche la questione della salute, perché tutti erano preoccupati che le donne sarebbero state in qualche modo troppo deboli o fragili, o si sarebbero ferite, o si sarebbero trasformate in uomini, o in lesbiche, o saremmo incapaci di avere figli “.

Le recenti apparizioni per beneficienza

“Switzer ha iniziato la gara attraversando il famoso Verrazano-Narrows Bridge da Staten Island a Brooklyn, con un gruppo di 13 podisti solidali che rappresentano la “261 Fearless”, tra cui 10 donne americane di 7 stati e una ciascuna da Canada, Belgio e Svizzera. Insieme, hanno raccolto $ 55.000 per sostenere programmi educativi per addestrare le donne a diventare Allenatori, e formare Circoli 261 di corsa  “Fearless” – “senza paura” – in tutto il mondo. I loro sforzi sono stati supportati da Adidas e Bose, gli sponsor globali”.

Kathrine alla Maratona di Boston l’anno scorso

La missione di 261 Fearless è quella di unire le donne attraverso una rete, creando una comunità solidale, consentendo alle donne senza paura di “trasmettere” una nuova forza acquisita dalla corsa alle donne, di tutte le abilità, culture e ambienti sociali sono invitati a partecipare.


Questa storia ci mostra come una società aperta e democratica come gli USA avessero ancora dei ritardi, che sono stati superati seguendo lo spirito dello sport, e non la violenza. L’unico atto di “violenza” è stato quello del giudice che non voleva assolutamente concedere al cambiamento di entrare nella sua vita, e in quella della sua società e del suo sport. Kathrine doveva starne fuori in questo donna, quindi anche per la madre sarebbe valsa la regola: perché dannoso, addirittura per la riproduzione.

Questo ultimo dettaglio è rivelatore della mentalità che tendeva a dare alla donna un ruolo ben preciso, e poco importa se la scienza dice altro. In taluni, poteva anche esserci una mentalità protettiva verso la donna, ma era sicuramente eccessiva e alla fine finiva per essere una catena.

Questa storia ci mostra anche come l’amicizia con l’uomo e la voglia di quest’ultimo di difendere la loro amica, sia stata una chiave di volta, in questa situazione, come dovrebbe esserlo in tante altre. E in realtà già tanti di noi uomini si stanno adoperando per dare una spallata a coloro che intendono molestare le donne. Mentre celebriamo chi ha avuto la forza, come Kathrine, di rompere le sue catene, perché comunque nessuno può dire che non lo abbia fatto “da sola”.


Il gruppo di allenamento.

FONTI: riccardogazzaniga.com – irunwhy.wordpress.com – womenshealthmag.com – endurancesportswire.com – usatoday.com

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